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Il senso della natura profonda della vita.



Il senso
della
natura soggettiva della vita.

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Giuliana Viel

In un mondo come il nostro troppo veloce, per poter essere compresi ed apprezzati, si corre il rischio di essere continua- mente superati dagli eventi, dalle notizie che irrompono nella vita creando rumore e fastidio o deflagrando per emozione. La nostra struttura emozionale vive spesso sospesa, in una apparente centratura, fra mondo interno e mondo esterno, e il confine fra i due non ci appare; siamo convinti di essere nel mondo o del mondo, solo perché ogni tanto comunichiamo con il mondo o ci sporgiamo con le immagini del nostro micro cosmo, nei supporti che i social offrono allo scopo di farci emergere e comparire rompendo il muro dell’anonima- to. La sindrome del non esistere agli occhi degli altri sembra essere diventata una dimensione in controtendenza, rispetto alla riservatezza che la città offriva in tempi precedenti quando avevamo il bisogno di uscire dal provincialismo impiccione. Oggi se non posti non esisti, se non ti esibisci non sei, se non parlano di te, sparisce il senso di ciò che fai.

È come se il profilo interiore avesse abdicato a favore di una falsa socialità mediatica, di cui nessuno sentiva il bisogno, e che fa da contraltare ad una mancanza totale di solidarietà umana, o come si usava definire carità cristiana, termine che valeva anche per gli atei, carità che è sparita dal nostro modo di intendere. Non lesiniamo sul regalare al mondo le immagini che ci ritraggono in luoghi spesso anonimi e senza carisma elettivo, e non ci tratteniamo dall’esprimere pareri senza competenze e giudizi con espressioni spesso volgari e offensive della dignità propria di chi le esprime, e lesive di una collettività che spesso avrebbe bisogno di un maestro elementare per correggere i più banali errori di ortografia.

Servirebbe oggi un Alberto Manzi che dalla sua trasmissione “non è mai troppo tardi” insegnava come fosse opportuno esprimersi e infondeva negli italiani degli anni Sessanta il senso della relazione fra le parole e il mondo che si vuole rappresentare e costruire, con le immagini opportune, i simboli e le rappresentazioni del mondo adeguate alle circostanze. Siamo sicuri tutti quanti che è in questo mondo urlato e reso incolto che vogliamo vivere?

Questo, se ci rappresenta, è il peggiore dei mondi possibili, è il deterioramento di un mondo che vive capovolto, aven- do messo al di sopra delle scale valoriali la noncompetenza, come se la democrazia si esprimesse maggiormente dando al popolino la conduzione delle grandi imprese di cui non ha ra-

gionevolezza né competenza. Credo che il bisogno di ognuno di sentirsi importante e messo in luce da una qualche forma di attenzione, sia da mettere in relazione al venir meno progres- sivo del senso di sé. Senso di sé grazie al quale ognuno può stare al proprio posto, svolgendo il proprio ruolo strutturale, datogli dall’essere presente in quel micro frammento della so- cietà di cui è elemento, senza che questo gli risulti poco rispet- to al tanto che vede continuamente esibito dai mass media, che riguarda mondi di cui non potrà mai essere chiamato a far parte. Una sorta di invidia collettiva ha pervaso il mondo che non sa stare al proprio posto, desiderando continuamente un altrove che non gli appartiene.

La necessità in questo momento di grande crisi dei valori e dei modelli, è quella di rimettere al centro la propria vita nella sua accezione più intima e pura, trovare il proprio centro e il proprio senso, centro che non appare e non si manifesta attraverso i frammenti di memoria nei quali ci rendiamo conto di esistere, o di essere stati testimoni di un fatto o evento collettivo, ma che si costituisce nel tempo, facendo sedimentare stati di elevata coscienza nei quali percepiamo il sé. Una condizione astratta, non percepibile, se non attraverso un passaggio dal mondo del reale esteriore a un mondo interiore più rarefatto, frutto di micro presenze mentali e comportamentali, attraverso le quali ci costituiamo in esseri senzienti e di più ampio respiro, rispetto alla nostra immagine rappresentata.

Un mondo sicuramente più silenzioso, meno urlato ed urlante, ma che ha al proprio interno risorse, qualità, tesori, o possibilità maggiori di risposta alle contrarietà della vita quotidiana, rispetto al dare in pasto ad una medialità intollerante la propria vita. Gli indigeni che venivano avvicinati dai conquistatori, non si facevano immortalare volentieri dai mezzi di riproduzione del secolo scorso, pensavano che venisse tolta loro

l’anima, ma la nostra anima da chi è stata estrapolata, a chi l’abbiamo venduta, e soprattutto ci è stata data qualche cosa in cambio o in baratto?
Forse non siamo a conoscenza del fatto che c’è una vaga possibilità che ciò che diventa di pubblico dominio, non sempre è per il nostro bene sociale, e che quella parte che oggi ci sembra così fondamentale comunicare, domani potrebbe non rappresentarci più, o addirittura essere nociva al nostro futuro intimo, personale o lavorativo.

Cosa spinge a esteriorizzare qualcosa che, fino a non molto

tempo fa, il senso comune riteneva privato e personale, intimamente condiviso solo con persone fidate e affettivamente vicine? E quanto di questo impulso è da assecondare e quanto va diretto per riconoscerne il senso profondo di disagio? Forse in una società così frammentata come quella in cui stia- mo vivendo è difficile risvegliare un senso critico che ci per- metta di ritrovare un senso più compiuto alle nostre azioni, ma è una riflessione che vale la pena di essere fatta.

Se di disagio sociale si tratta, proviene da lontano, da un disvalore progressivo che la vita ha assunto, e dal senso di provvisorietà, tanto più forte quanto avanza la globalizzazione del mondo, sempre più diviso fra società ricche, grasse ed opulente, per lo più malate di noia, e società povere che vivono di rifiuti e degli scarti legati alle necessità di sfruttamento di risorse nuove da parte delle prime.

Stanno avvenendo cambiamenti gravi nel pianeta e le lobby economiche riescono ad influenzare il voto delle popolazioni con il controllo dell’informazione e della comunicazione.
In Brasile ha vinto un presidente grazie alle sue alleanze con imprenditori e latifondisti, promettendo che uscirà dagli accordi di Parigi sul clima, che abolirà il Ministero dell’ambiente per dare carta bianca a chi vuole riprendere ad abbattere gli alberi in Amazonia, il più grande polmone del pianeta, dando così il via libera alle iniziative liberistiche di cementificazione e sfruttamento delle risorse minerarie.

Però, più che per il suo programma elettorale, ha vinto grazie alle sue azioni sui social media, facendo leva su razzismo e paura, mettendo d’accordo gli istinti generali più bassi ed eversivi che sono trasversali alle società.

La paura, che viene aizzata come un cane rabbioso che sbrana senza ragione, a chi giova? E noi che viviamo nelle nostre piccole realtà defilate di una provincia del mondo che solo recentemente conosce davvero l’orrore della violenza, come siamo chiamati ad interagire con tutto questo?

Rispondiamo per lo più con le nostre piccole storie messe a vessillo della nostra identità inviolabile, mentre interiormente tremiamo come conigli avendo spavento anche del- la nostra ombra.

Svegliamoci, non è più il tempo delle false rappresentazioni identitarie, il fulcro dell’azione non è nei clic, ma nelle determinazioni interiori che ognuno riesce a realizzare attraverso un lavoro serio, faticoso e costante su se stesso. Facendo emergere in noi le ombre e le contraddizioni, e tornando a costruire la forza silenziosa, ma coerente della propria anima, questa sì, inviolata e inviolabile, condotta da un testimone attivo che si chiama coscienza.

La coscienza degli uomini è la facoltà elettiva dell’umanità, ed appartiene a tutti i ceti, a tutte le etnie, ed alle varie diversità. L’imperativo è poterla incontrare e dialogare con essa, la- sciandola trasparire dai nostri gesti e dai nostri pensieri, questo è il cammino del guerriero e del ricercatore, in noi la facoltà di incontrarlo. 





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